SEGNI DI GIBELLINA
L’ARTE CHE RACCONTA UNA RINASCITA
Diretta dall’Aula Magna del Polo Piersanti Mattarella. Incontri, testimonianze e storie tra memoria, architettura e cultura contemporanea. Dentro un luogo simbolo della Sicilia, verso Gibellina Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea 2026.
C’è un modo per raccontare la Sicilia senza ripetere i soliti luoghi comuni. Entrare in una sala piena di studenti, in un sabato mattina vero, e ascoltare una comunità che si misura con una parola che pesa. Rinascita.
La diretta dall’Aula Magna del Polo Statale I.S.S. “P. Mattarella” non è stata una presentazione. È stata una ricostruzione, fatta con voci diverse e con un filo unico. La memoria del terremoto del Belice del 1968, la scelta di rifondare una città, l’idea che l’arte non arrivi dopo, ma lavori dentro la vita quotidiana.
AP Web Radio Social TV ha seguito l’incontro, con il valore aggiunto che cambia tutto. I ragazzi non hanno assistito e basta. Hanno fatto domande, hanno registrato, hanno intervistato. Hanno portato lo sguardo giovane dentro un racconto che parla di loro, anche se parte da cinquant’anni fa.
APERTURA – Il senso del progetto
Ad aprire, Nicola Pirrone, docente del Polo, ha dato la cornice didattica e culturale. Un progetto sostenuto dall’Assessorato regionale all’Istruzione, diffuso in molte scuole del territorio tra Castellammare e Alcamo. Due obiettivi concreti. Conoscere il territorio, senza studiarlo da cartolina. Lavorare in sinergia con professioni e competenze, con l’Ordine degli Architetti e con le istituzioni.
Poi i saluti istituzionali, con un tono che non è rimasto formale.

Giuseppe Lo Porto, dirigente scolastico, ha ricordato la linea della scuola. Non “formare scrittori”. Formare cittadini capaci di osservare, capire, raccontare. Ha ringraziato chi lavora dietro le quinte, docenti e media production, citando anche il supporto tecnico e operativo di Paolo Di Bella e del team.
Giuseppe Fausto, sindaco di Castellammare del Golfo, ha puntato dritto su un concetto. Gibellina diventa Capitale dell’Arte Contemporanea 2026 come arrivo di un percorso nato da una catastrofe. Un percorso lungo, iniziato il 15 gennaio 1968. E ha richiamato una figura chiave. Ludovico Corrao, capace di spostare l’asse di una comunità.
LA RASSEGNA “PIÙ SPAZIO TRA LE PAROLE”, LA CULTURA COME STRUMENTO

Salvatore Cusumano, vice presidente OAPPC Trapani e referente formazione, ha acceso la seconda linea del racconto. La rassegna letteraria dell’Ordine, legata alla biblioteca intitolata a Michele Argentino. “Più spazio tra le parole” non come slogan, ma come metodo. Cercare nei libri ciò che il rumore di fondo impedisce di vedere.
Qui la sala ha cambiato ritmo. Perché l’idea è diventata precisa. Gibellina non è un tema da evento. È un laboratorio vivo, dove l’arte diventa strumento di rigenerazione urbana e sociale. La stessa direzione che oggi il Ministero della Cultura indica per Gibellina 2026.
ANTONELLA CORRAO, IL COSTO PERSONALE DI UNA VISIONE
Antonella Corrao, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Orestiadi, ha portato la parte più intima. Non come confessione, ma come testimonianza.
Ha detto una cosa che ha zittito la sala. Dopo la notte del terremoto, il padre li portò in campagna. E in pratica, lei e sua sorella “non ebbero più un padre” nel senso tradizionale. Lui diventò il padre di Gibellina.
Qui c’è un punto spesso rimosso quando si raccontano i grandi progetti. Ogni visione ha un costo. In famiglia, nel tempo, nella presenza. Antonella ha spiegato come quel costo sia diventato eredità, oggi più chiara che allora. E ha raccontato l’origine concreta di un sistema culturale. Una casa piena d’arte, contatti, tavolate, incontri. Progetti nati attorno al cibo, alle relazioni, all’idea che prima dell’opera viene l’essere umano.
Ha anche dato un dettaglio che vale come lezione di continuità. Il suo rilancio, negli anni recenti, passa dal ricostruire relazioni con artisti viventi e archivi, e dal rimettere al centro l’artigianato. Ricamatrici, lavoro paziente, identità. Tradizione proiettata nel futuro.

DAVIDE CAMARRONE, “NON PARLIAMO DI UNA MANIFESTAZIONE. PARLIAMO DI NOI”

Davide Camarrone, giornalista e scrittore, autore de “I Maestri di Gibellina”, ha fatto ciò che fa un narratore serio. Ha allargato il campo.
Ha chiesto di immaginare la Sicilia del 1968. Una Sicilia contadina, povera di servizi, ancora con un’ombra feudale. Una Gibellina “verticale”, arroccata. Uomini e bambini che partivano prima dell’alba con gli animali e tornavano giorni dopo. Un mondo duro. Un mondo reale.
Poi l’innesco. Le scosse, i soccorsi in ritardo, le immagini Rai che arrivano tardi, sette paesi distrutti, tra cui Gibellina. E dentro quel vuoto, un’energia collettiva. Intellettuali e testimoni come Guttuso, Sciascia, Danilo Dolci. E Ludovico Corrao, cattolico sociale, deputato regionale, capace di trasformare un trauma in progetto.
Qui Camarrone ha introdotto una delle immagini centrali della conferenza. La modernità che passa dalle baracche. Le baracche come luogo di dialogo, confronto, organizzazione. Non romanticismo. Politica nel senso più alto. Comunità che impara a decidere.
E poi il punto che lega il libro al tema di giornata. Il titolo “I Maestri di Gibellina” non indica i grandi nomi soltanto. Indica lo spazio tra l’idea e la realizzazione. Maestranze, artigiani, officine. Il lavoro concreto che rende possibile l’opera, e che spesso la modifica.
UNA STELLA, UN PENTAGONO, UNA DOMANDA SCOMODA
Tra i passaggi più forti, l’episodio della stella. Un’opera con problemi statici, con una scelta tecnica non prevista dall’artista. Cerchio o pentagono al centro. Decide l’artigiano.
E arriva la domanda che resta addosso. L’opera appartiene a chi l’ha pensata o a chi l’ha realizzata. Quando l’artista muore, chi resta a custodire il senso. Chi la attraversa, ogni giorno, senza targhe celebrative.
Questo è il cuore di Gibellina. Non l’effetto “museo a cielo aperto”. L’idea di una città che ti chiede responsabilità.

IL CRETTO DI BURRI, UN SUDARIO CHE NON VUOLE ETERNITÀ

Camarrone ha raccontato il Cretto di Burri con la precisione che serve. Non come “astrazione”. Come mappa reale della città vecchia, coperta e fissata in un gesto definitivo. Un sudario che conserva strade e vicoli. Un’opera enorme, tra le più estese.
Ha citato la scelta decisiva di Burri. Il cretto deve deteriorarsi. Non va “reso eterno”. L’opera accetta il tempo, come accetta il tempo un corpo che torna alla terra. Qui il discorso ha toccato un nervo contemporaneo. L’ossessione dell’eternità. La paura della precarietà. L’idea che la memoria viva anche quando la materia cambia.
TEATRO, ORESTIADI, UNA COMUNITÀ CHE IMPARA A STARE IN SCENA
Antonella Corrao ha agganciato il teatro come elemento fondativo. La Città Teatro, i grandi registi, le produzioni che oggi sembrano impossibili. Ma soprattutto la trasformazione sociale. Contadini che diventano artigiani, sarte, tecnici, comparse. Il coro come protagonista. La comunità come corpo scenico.
Qui è arrivata una storia che ha dato volto a tutto. Maria Capo, sarta della cooperativa, capace di lavorare materiali e costumi complessi, chiamata anche da Versace. Due notti di lavoro per salvare un costume in tempi in cui non esistevano consegne rapide. E una scelta finale che pesa. La famiglia, i valori, la stabilità. Un rimpianto tenue. Una vita piena.
Questa storia da sola spiega cosa fa l’arte quando non resta chiusa in un museo. Crea competenze. Crea lavoro. Crea identità.
ARCHITETTURA COME LINGUAGGIO, LA CHIESA DI QUARONI E LE FORME CHE ACCOLGONO

Nella parte finale, il discorso è diventato anche geometria e simbolo. La Chiesa Madre di Ludovico Quaroni come incontro tra cubo e sfera, terra e cielo, spazio che accoglie e genera funzione. Un’architettura che non punta sulla decorazione, ma sulla purezza delle forme.
È stato citato anche il Museo delle Trame Mediterranee, cuore della Fondazione Orestiadi, come luogo che racconta il Mediterraneo attraverso culture, tessuti, arti e stratificazioni.
E un altro segno urbano, la Torre Civica di Mendini, descritta come “torre che canta i suoni del tempo”. Un modo per dire che la città non richiama più al potere, richiama al ritmo della vita.
LE DOMANDE DEI RAGAZZI, LA PARTE CHE CONTA
Due domande hanno alzato il livello.
La prima, sul rapporto tra abitanti e Cretto. Camarrone ha risposto senza scorciatoie. Gibellina Nuova non causa la fine della vecchia Gibellina. La causa è il terremoto. La città nuova è la risposta collettiva a una crisi, intesa come passaggio. E ha collegato il tema alla pandemia, al lavoro a distanza, alla riscoperta di una vita meno compressa, più legata a relazioni e ambiente.
La seconda domanda, firmata da Pietro Bernardi, ha centrato la questione sociale. Crescita economica e culturale può portare perdita di convivialità. Come si torna comunità.

Qui Antonella Corrao ha citato il “come se”. Pensare, agire e lottare come se il riscatto fosse possibile, anche quando tutto suggerisce il contrario.
E poi la risposta più operativa è arrivata con una storiella che in aula ha funzionato. Tre muratori. Uno lavora per lo stipendio. Uno costruisce una cattedrale. La comunità cambia quando scegli da che parte stare, e quando il problema del tuo paese diventa anche un problema tuo.
LE TRE INTERVISTE DEGLI STUDENTI, IL DETTAGLIO CHE FA DIFFERENZA



La diretta ha un valore in più, perché esiste un video con tre interviste realizzate dagli studenti del Mattarella Dolci ai protagonisti della giornata. Questo è il punto che trasforma l’evento in formazione reale.
Intervistare significa prepararsi. Ascoltare. Tagliare il superfluo. Tenere il filo. È lo stesso mestiere di chi fa giornalismo serio. È lo stesso mestiere di chi scrive storie che restano.
Gibellina 2026 chiede esattamente questo. Non spettatori. Persone capaci di raccontare e costruire.
CHI C’ERA, I NOMI DA RICORDARE
Introduzione
Nicola Pirrone, docente del Polo Statale I.S.S. “P. Mattarella”
Saluti istituzionali
Giuseppe Lo Porto, dirigente scolastico
Giuseppe Fausto, sindaco di Castellammare del Golfo
Gianfranco Naso, Presidente OAPPC Trapani
Giuseppina Pizzo, Presidente Fondazione OAPPC TP
Renato Alongi, SBCA Trapani, Rete Biblioteche TP
Conversazione
Davide Camarrone, giornalista e scrittore, autore di “I Maestri di Gibellina”
Antonella Corrao, Presidente Comitato scientifico Fondazione Orestiadi
Salvatore Cusumano, Vice Presidente OAPPC TP
CHIAVE DI LETTURA FINALE
Gibellina non si spiega con una brochure. Si capisce quando ascolti chi ha pagato il prezzo della ricostruzione, e chi ha scelto di restare. Si capisce quando guardi l’arte come lavoro, non come cornice.
Nel 2026, “Portami il futuro” non è un titolo da evento. È una richiesta diretta.



