Ciuri di Rosa – Nanà Gulino ed i Fratelli Calandra
CIURI DI ROSA, QUANDO LA SICILIA SI ALZA IN PIEDI
Da Salemi a Triscina, Nanà Gulino, Calandra & Calandra e una grande orchestra trasformano l’omaggio a Rosa Balistreri in qualcosa che supera il concerto. Il pubblico canta, balla, si alza dalle sedie. La tradizione smette di essere memoria e torna a essere vita.

Ci sono concerti che si ascoltano.
E poi ci sono serate nelle quali, a un certo punto, accade qualcosa di diverso.
Le sedie restano vuote.
La gente si alza.
Qualcuno comincia a cantare. Qualcun altro batte le mani. Poi parte un ballo. Una voce ne trascina un’altra. Il pubblico smette di essere pubblico e diventa parte dello spettacolo.
È successo a Salemi. È successo ancora a Triscina di Castelvetrano.




Ed è forse questa l’immagine più precisa per raccontare “Ciuri di Rosa”.
Non il palco. Non i riflettori. Non la grande orchestra. La gente in piedi. Siciliani che riconoscono una melodia dopo poche note e iniziano a cantarla come se quella canzone appartenesse alla propria famiglia. Perché, in fondo, appartiene davvero a tutti.

“Ciuri di Rosa” nasce da un’idea di Nanà Gulino, musicista, cantante, compositore e arrangiatore siciliano.
Il progetto prende la grande tradizione popolare dell’Isola, incontra Rosa Balistreri e la porta dentro un universo sonoro fatto di orchestra, fiati, jazz, swing, blues, funk e contaminazione.
Non una riproduzione del passato. Una rilettura. Ed è una differenza enorme.
Lo spettacolo apre con una scelta scenica che chiarisce subito le intenzioni.
Prima ancora che arrivino i musicisti, appare la Sicilia.
Ha il volto di una donna.

È bellissima.
Porta con sé il mare, l’Etna, gli agrumi, i templi, i colori dell’Isola.
La tecnologia le presta un volto e una voce. L’intelligenza artificiale la rende presenza scenica. Ma l’idea resta profondamente umana.
La Sicilia si presenta da sola. Non aspetta che qualcuno la descriva. Prende la parola.
E sembra quasi dire al pubblico: prima di ascoltare queste canzoni, ricordatevi da dove vengono.
Da lì comincia il viaggio.
Il programma attraversa alcuni dei brani più riconoscibili della tradizione e del repertorio legato alla memoria musicale siciliana, da “Cantu e Cuntu” a “Mi votu e mi rivotu”, da “L’amuri ca v’haiu” a “Virrinedda”, “La Siminzina”, “La Pampina di l’Aliva”, “Cu ti lu dissi”, fino a “Terra ca nun senti”, “Vitti na Crozza” e al finale di “Ciuri Ciuri”.


Titoli che molti siciliani non hanno bisogno di leggere. Basta una nota. Ed è lì che accade il miracolo laico della musica popolare.
La memoria riconosce prima della ragione. A Triscina il pubblico ha seguito esattamente questa traiettoria. All’inizio ascolta. Poi partecipa. Infine invade idealmente lo spettacolo. Le canzoni più amate vengono cantate insieme agli artisti. Nei momenti più ritmati la gente si alza e balla. Il confine tra platea e palcoscenico diventa sempre più sottile.
A quel punto “Ciuri di Rosa” non è più una serata dedicata alla musica siciliana. È una festa siciliana. Ed è maestoso proprio per questo. Non perché tenta di essere monumentale. Perché riesce a far sentire un’intera comunità dentro la stessa storia.
Sul palco Nanà Gulino conduce questo percorso senza trasformare la tradizione in una reliquia.

La sua intuizione è opposta. Prendere un patrimonio riconoscibile e dargli una nuova forza musicale. Una Big Band cambia completamente la prospettiva. I fiati entrano nelle melodie. Le ritmiche spostano gli equilibri. Lo swing alleggerisce. Il blues sporca. Il jazz apre spazi. L’orchestra restituisce potenza. E brani ascoltati decine, centinaia di volte acquistano un vestito diverso. Ma senza perdere l’accento. Senza perdere l’origine. Senza perdere la Sicilia.

Accanto a Nanà arrivano Maurizio e Giuseppe Calandra. Calandra & Calandra. La loro presenza non ha il sapore dell’ospitata. Ha un significato preciso. Da anni portano avanti un lavoro dedicato alla musica, alla lingua e alla cultura siciliana, sia attraverso l’attività concertistica sia attraverso la formazione sul territorio. Ad Alcamo hanno costruito anche un percorso educativo. Una scuola, una Accademia. Un luogo nel quale la tradizione non viene raccontata come qualcosa appartenuto ai nonni, ma consegnata a chi verrà dopo. È qui che il progetto assume una dimensione più interessante. Nanà Gulino, Calandra & Calandra e i musicisti coinvolti non stanno difendendo il passato. Stanno lavorando sul futuro.

E dentro lo spettacolo arriva persino Rosa. Rosa Balistreri. Non attraverso un vecchio filmato usato come semplice fondale. Rosa viene riportata simbolicamente in scena attraverso l’intelligenza artificiale. Dialoga con Nanà. Lo chiama. Gli parla. Lo ringrazia per averla ricordata attraverso uno spettacolo costruito con rispetto e per continuare a portare avanti la tradizione dei musicanti siciliani. E aggiunge una frase che, per il tono con cui viene proposta, rompe persino la solennità del momento. Dice che si sta divertendo.

È una scelta scenica rischiosa. Ed è proprio questo a renderla interessante. Perché Rosa Balistreri non viene messa dentro una teca. Torna interlocutrice. Partecipa. Commenta. Entra idealmente dentro uno spettacolo costruito anche sulle sue battaglie e sulla sua memoria. Poi Nanà le presenta gli amici. I Calandra. Ed ecco comparire un filo che unisce generazioni diverse. Rosa Balistreri. Nanà Gulino. Maurizio e Giuseppe Calandra. Musicisti diversi. Epoche diverse. La stessa necessità. Fare viaggiare la Sicilia. Non come cartolina. Come linguaggio.
Dentro “Ciuri di Rosa” ci sono anche pagine che ricordano quanto questa terra abbia pagato per diventare ciò che oggi pretende di essere.

La memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino entra in questo racconto perché la Sicilia non vive soltanto di bellezza.



Vive anche delle ferite che ha deciso di non dimenticare. Bellezza e dolore convivono. Esattamente come accade nelle canzoni popolari. Si canta l’amore. Si canta la partenza. Si canta una madre. Si canta il lavoro. Si canta la rabbia. Si canta la morte. Poi si ricomincia a ballare. Ed è difficile trovare qualcosa di più siciliano.
Ma “Ciuri di Rosa” apre anche una questione che sarebbe troppo comodo lasciare fuori dal racconto. La Sicilia ospita ogni anno artisti provenienti da ogni parte d’Italia. Le amministrazioni investono. Le piazze accolgono. I teatri programmano. Il pubblico compra biglietti. Ed è giusto. La cultura deve circolare. Ma circolare significa muoversi in entrambe le direzioni.
Quante produzioni siciliane riescono a fare lo stesso percorso verso il resto d’Italia?


Quante volte una città del Nord investe per portare sul proprio palco un grande progetto musicale siciliano? Quante volte un’orchestra nata qui viene valutata per la propria qualità, senza essere automaticamente collocata nella casella del folklore? La domanda non nasce da una rivendicazione territoriale. Nasce da una constatazione. La Sicilia produce arte. E spesso la produce ad altissimo livello.
Musicisti. Autori. Compositori. Attori. Registi. Cantanti. Arrangiatori. Tecnici. Formatori. Professionisti dello spettacolo. Eppure una parte dell’immaginario nazionale continua a utilizzare la Sicilia soprattutto attraverso alcuni codici riconoscibili.
Il dialetto. La caricatura. La comicità. La mafia. Il folclore. Sono parti della narrazione. Non sono la Sicilia intera. Ridurre una terra così complessa a pochi registri significa perdere tutto il resto.
“Ciuri di Rosa” mostra proprio quel resto. Una produzione orchestrale. Una ricerca musicale. Una costruzione scenica. Una memoria storica. Una componente tecnologica. Un progetto culturale. Una dimensione popolare. E soprattutto un pubblico. Perché si parla spesso di strategie per avvicinare le persone alla cultura. Poi arrivano le prime note di una canzone siciliana e centinaia di persone cominciano a cantare.

Forse un’indicazione è già lì. La cultura funziona quando una comunità si riconosce dentro ciò che vede. A Salemi, nella cornice di Piazza Alicia, il risultato era già evidente. A Triscina è arrivata la conferma. Il pubblico non assiste. Partecipa. Canta. Balla. Si alza. Sorride. Risponde agli artisti. E trasforma la serata. Questa è la parte che nessun arrangiamento riesce a programmare. Nessuna scaletta la garantisce. Nessuna tecnologia la genera. Deve accadere. A Triscina è accaduto. E quando accade, un concerto cambia natura. Diventa rito collettivo. Diventa appartenenza. Diventa festa. Rosa Balistreri cantava una Sicilia che chiedeva di essere ascoltata. Nanà Gulino prende quella richiesta e la porta dentro un’altra epoca. Calandra & Calandra la accompagnano attraverso un lavoro che continua anche quando le luci del palco si spengono. L’orchestra le dà corpo. 0La tecnologia mette in comunicazione passato e presente. Il pubblico completa tutto il resto. E alla fine torna alla mente l’immagine iniziale. La Sicilia. Quella donna che appare sullo schermo e prende la parola.
All’inizio sembra una trovata scenica. Alla fine si comprende che era il manifesto dello spettacolo. La Sicilia non vuole più essere raccontata da lontano. Vuole presentarsi da sola. Vuole cantare con la propria voce. Vuole ricordare Rosa. Vuole ricordare Falcone e Borsellino. Vuole custodire la propria lingua. Vuole ballare. Vuole sperimentare. Vuole entrare in un’orchestra. Vuole usare le tecnologie del presente senza cancellare le proprie radici. E soprattutto vuole viaggiare.
Salemi e Triscina hanno dimostrato che “Ciuri di Rosa” possiede pubblico, energia, identità e struttura per farlo. Adesso resta un passaggio. Portarlo fuori. Nei teatri italiani. Nei festival. Nelle piazze. Nelle comunità siciliane all’estero.
E davanti a chi della Sicilia conosce magari il mare, l’Etna e qualche stereotipo, ma non ha mai sentito una platea intera alzarsi in piedi quando parte “Ciuri Ciuri”.
Perché è difficile spiegare la Sicilia. A volte basta farla suonare. E quando suona così, diventa difficile restare seduti.





