Cronaca (molto viva) di “Saperi, Profumi e Sapori di Sicilia” al Polo Mattarella-Dolci

Quando in un’aula magna si parla di cucina e, invece di venire fame, ti viene voglia di cambiare il mondo, significa che qualcosa ha funzionato.
È esattamente quello che è successo alla tavola rotonda “Saperi, Profumi e Sapori di Sicilia”, organizzata dal Polo Mattarella-Dolci di Castellammare del Golfo e Alcamo per la settimana mondiale dedicata alla cucina italiana e alle tradizioni del gusto.

Niente passerelle, niente folklore da cartolina. Qui si è parlato di identità, lavoro, turismo, economia, formazione. E sì, anche di sesamo, cous cous e caponata. Ma sempre con una domanda di fondo:

“Come trasformiamo quello che mangiamo in futuro per i nostri ragazzi e per questo territorio?”

Italianità: molto più di pizza e pasta

Ad aprire il confronto è stato il dirigente scolastico Giuseppe Lo Porto, con un intervento che sembrava quasi un manifesto.

Da buon “regista” della giornata ha ricordato che la cucina italiana, e quella siciliana in particolare, non è solo “saper mangiare bene”, ma un concentrato di cultura, storia, architettura, paesaggi, lingua e accenti. Quella che chiamiamo “italianità” non è un’etichetta da souvenir, ma il risultato di secoli di contaminazioni:

  • popoli che arrivano e ripartono,
  • invasioni che diventano accoglienza,
  • usi e ingredienti stranieri che si innestano su una base locale e la trasformano.

Altro che “razza pura”: Lo Porto lo dice chiaramente. L’Italia – e la Sicilia ancora di più – è un gigantesco remix riuscito benissimo. E proprio lì sta la sua forza.

Turismo di qualità: senza formazione non si va da nessuna parte

Il primo “ospite” al tavolo è Antonio Marino, presidente di Federalberghi Trapani. Imbottigliato fra un incontro a Palermo e l’altro, arriva trafelato ma lucidissimo su un punto:

senza formazione non esiste turismo di qualità.

Marino lo dice chiaro agli studenti dell’alberghiero e non solo:
vuoi parlare di territorio, di eccellenze, di accoglienza? Prima devi conoscerli.
Non puoi promuovere Castellammare, Alcamo o Trapani se non sai raccontarne:

  • la storia,
  • i prodotti,
  • le criticità,
  • le potenzialità.

Da qui tre parole chiave che ritornano come un ritornello:

  • Formazione – che parte dai banchi di scuola e continua nelle imprese, con stage, alternanza scuola-lavoro, tirocini seri.
  • Sinergia – pubblico e privato che smettono di giocare ognuno per conto proprio.
  • Contratti dignitosi – perché il lavoro nel turismo non può essere precario, improvvisato o sottopagato. Se vuoi personale motivato e stabile, lo devi valorizzare davvero.

Messaggio ai ragazzi?
Il turismo non è un “ripiego estivo”: è un settore strategico, che ha bisogno di professionisti orgogliosi del proprio mestiere.

Prodotti tipici, identità e… il problema di fare squadra

Dal turismo si passa al mondo delle filiere agroalimentari con il presidente del GAL Elimos. Il suo intervento è una full immersion dentro parole che sentiamo spesso, ma che raramente vengono spiegate così bene: tipico, identità, autenticità.

Spoiler: il “tipico” non è qualcosa di antico e immobile, ma una costruzione culturale. Il pomodoro, la melanzana, il peperone – oggi considerati “tipici” – sono arrivati dopo la scoperta dell’America. La nostra cucina è un palinsesto di strati: fenici, greci, romani, arabi, normanni, spagnoli… ogni popolo ha lasciato un pezzo di sé.

Quello che oggi chiamiamo “prodotto tipico” funziona sul mercato se viene percepito come:

  • autentico,
  • legato a una storia,
  • inserito in una filiera riconoscibile.

Da qui la parte più dura, ma anche più vera dell’intervento: in Sicilia facciamo fatica a cooperare. Le esperienze cooperative nascono, vengono finanziate, poi si spengono quando finiscono i contributi. Ognuno torna nel suo orticello.

Il messaggio agli studenti è quasi brutale ma necessario:

“Se continuate a pensare al vicino come a un concorrente da affondare, perderete tutti. Il nemico non è il produttore della particella accanto, ma chi, da fuori, prende il valore aggiunto dei vostri prodotti.”

Il sesamo, la Grecia antica e il pane di oggi: quando la storia si mangia

La parte più sorprendente arriva con Alessandro Scibetta, docente dell’istituto e titolare dell’azienda agricola Capograngola. Lui il territorio non lo racconta soltanto: lo coltiva.

Porta sul tavolo un seme piccolo, apparentemente “esotico”: il sesamo. E dimostra, con una lezione che sembra uscita da un podcast di storytelling, che “esotico” non è affatto.

  • Il sesamo viene coltivato nel Mediterraneo da millenni.
  • Lo troviamo citato nelle tavolette sumere e nei testi della Grecia antica.
  • Entra nei riti religiosi, nelle feste legate alla fertilità, nei dolci a base di miele e sesamo che venivano consumati ad Atene e Siracusa.

Scibetta mostra come un semplice ingrediente possa diventare:

  • storia (3.000 anni di coltivazione),
  • cultura (simbolo di fertilità, rinascita, cura),
  • salute (proprietà nutrizionali riconosciute già dai medici antichi).

E chiude il cerchio con un’immagine potente:
il pane con il sesamo che mangiamo oggi in Sicilia è un filo diretto con quel mondo lontano.
Altro che moda “fusion”: è memoria viva.

Chef, pasticceri e anti–junk food: quando il gusto è anche resistenza

Il racconto continua con la voce del mondo della ristorazione e della pasticceria.
La rappresentante della Federazione Pasticceri e gli chef presenti mettono a fuoco un tema che riguarda direttamente i ragazzi seduti in platea: il confronto con il fast food e le grandi catene.

Come si risponde alla “mcdonaldizzazione” dei gusti?

  • Con prodotti freschi, stagionali, locali.
  • Con ricette che rispettano la tradizione ma non hanno paura di innovare.
  • Con la costruzione di fast food di qualità, che parlino la lingua dei giovani ma mettano nel panino il territorio, non solo la maionese.

Il sogno condiviso? Arrivare a togliere le macchinette automatiche piene di junk food dalle scuole e sostituirle con prodotti buoni, sani e identitari.
Non un’utopia: una scelta politica e culturale che parte anche da luoghi come il Mattarella-Dolci.

Codificare la cucina siciliana: una sfida (anche) morale

Fra gli interventi più “forti” c’è quello di chi ha lavorato, a livello regionale, sulla nascita dei distretti turistici e agroalimentari.

L’idea è semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo:
come fai a difendere, promuovere e vendere la cucina siciliana se non hai mai davvero:

  • mappato le ricette,
  • codificato le preparazioni,
  • raccontato in modo sistematico la loro storia?

Prendiamo la caponata: ogni famiglia, ogni paese, ogni provincia ha la sua versione. Ma dietro tutte queste varianti, c’è una base comune, una “salsa madre” che andrebbe riconosciuta, studiata, tutelata.

Da qui la proposta, lanciata proprio all’istituto:

  • coinvolgere famiglie, produttori, ristoratori,
  • raccogliere storie, ricette, varianti,
  • costruire una sorta di “atlante dei saperi e dei sapori siciliani”.

Un lavoro lungo, sì, ma anche un atto d’amore verso il territorio e un’enorme opportunità formativa per gli studenti.

La scuola come hub: formazione, cultura, turismo, radio

Sul finale, il dirigente Lo Porto rimette tutto in prospettiva:
una scuola non organizza tavole rotonde “per fare bella figura”, ma per indirizzare la propria missione formativa.

Qui il messaggio agli studenti è diretto:

  • conosci il tuo territorio,
  • impara a lavorare in squadra,
  • coltiva la cultura generale oltre alle competenze tecniche,
  • sii orgoglioso del mestiere che scegli – che sia imprenditore, dipendente, chef, cameriere, agronomo, comunicatore.

A chiudere la giornata è Cinzia Plaia, docente, produttrice, ristoratrice, anima dell’iniziativa.
Il suo punto è chiarissimo: nessuna identità esiste senza narrazione.
Se non sai raccontare chi sei, nessuno potrà mai riconoscerti, né pagarti il giusto per quello che fai.

Ed è qui che entra in scena un tassello nuovo, perfetto per una scuola che vuole parlare ai ragazzi con il loro linguaggio.

Dal banco alla brigata, dal campo al microfono

“Saperi, Profumi e Sapori di Sicilia” non è stata solo una tavola rotonda.
È sembrata più la traccia zero di un concept album sul futuro di questo pezzo di Sicilia:

  • la terra, con i suoi semi antichi come il sesamo,
  • la scuola, come fabbrica di testa e di mani,
  • le imprese, tra turismo, agricoltura, ristorazione,
  • la radio, come cassa di risonanza delle storie più belle.

Adesso la palla passa ai ragazzi.
Sono loro quelli chiamati a fare ciò che per troppi anni gli adulti hanno solo raccontato:
fare rete, fare squadra, fare cultura.

E magari, mentre mettono un panino con il sesamo sul piatto e una traccia in onda su “Matti e Dolci”, scoprire che il futuro della Sicilia è già qui. Sta solo aspettando una buona storia – e qualcuno bravo a raccontarla.